domenica 7 agosto 2016

C'era una volta in America

Passate le mie prime ventiquattro ore a Boston, mi arrogo il diritto di fare una di quelle cose per cui vado pazza: il bilancio.

Avrei voluto farlo prima di partire, in realtà. Avrei voluto scrivere a molte persone moltissime cose e trovare il tempo per pensare regali più belli, poi prendermi un altro tempo per razionalizzare la partenza da Bologna, scattare magari una foto a Piazza Maggiore, con la luce caldissima e netta che c'era l'ultima volta in cui l'ho vista prima di andar via, e tatuarmi addosso l'atmosfera vitale e la mania che tutto sia collettivo, che nonostante le ingiurie del tempo e di una certa politica la città conserva ancora.

Avrei anche voluto parlare di Formia, di come mi sembra di essermi ripresa il mio rapporto con la città, recuperando tracce di passato e riscoprendo l'allegria che si prova nel ridere di quegli aspetti caratteristici del posto in cui si è nati che forse ci si è lasciati alle spalle, ma che in fin dei conti ci appartengono profondamente. Oggi che non scappo da nessuna parte, oggi che vado verso e non via da, mi sento come ricongiunta con me, con il mare guardato sempre in faccia e con i lavori pubblici, con il traffico infernale dell'Appia e con lo spettacolo dell'Ariana e con le birre bevute nei posti conosciuti da sempre. 

E con tutti questi condizionali passati alla fine non ho scritto niente, forse i pensieri erano troppi e confusi e mischiati in un sacco di anni e in uno in particolare, questo, densissimo e irriducibile. Non ho scritto niente e ho portato via poco, peraltro pentendomi di non essermi portata dietro più romanzi dei tanti che già a forza ho infilato in valigie troppo pesanti. Guardando la mia libreria, mi ritrovavo a fissare, nei giorni dei preparativi selvaggi, Un'Isola, L'Isola riflessa e L'Isola di Arturo. Li ho mollati dov'erano, colpevoli di essere stati già letti e forse pensando che fosse un cliché troppo usurato, quello della persona che parte e senza un minimo di modestia si immedesima in tutti gli Ulisse del mondo e della Storia, e in infiniti nomadi, viandanti e marinai. Ma io, che come dice qualcuno sono nata col mare in faccia, nuoto con pessimo stile e metto nelle valigie i fiori finti e i biglietti che altri hanno scritto per me e un sacco di scarpe inadatte ai percorsi lunghi. E ho un padre che pedissequamente mi accompagna ai check-in degli aeroporti e che, con un oceano in meno da attraversare e forse con in meno anche qualche anno, ci scommetto che mi avrebbe proposto di trasferirmi a Boston facendo il trasloco in auto, come in effetti accadde quando per un po' di mesi andai a vivere a Parigi. Per cui non sono nomade né viandante né marinaio, con buona pace delle etichette romantiche che tanto mi piacciono; sono come i tanti che per i motivi più vari ogni tanto cambiano il posto in cui vivono, e fine della storia. 

Capita così che, in questa specie di normalizzazione forzata della partenza, fatta di pochi saluti rituali sulle porte o alle portiere, e di un sacco di ingiustamente rapidi ciao dispensati nei parcheggi o alle fermate degli autobus, davanti a un tabacchi, in un ufficio postale, o in una coda ai controlli dell'aeroporto di Fiumicino, la realizzazione della portata dell'evento ti cade in testa nei modi più strani. Nel mio caso, confesso, il colpo di grazia me l'ha dato ascoltare Calcutta che canta che presterà i suoi soldi a qualcuno per andarlo a trovare. Per quanto mi faccia uno strano effetto piangere per una canzone che in un verso recita "vestiti da Sandra che io faccio il tuo Raimondo", la storia dei soldi rende conto della distanza, e dunque fa breccia. Uno realizza quanto è lontano quando si accorge di stare in un posto in cui non atterra Ryanair, dove la valenza della Carta di Identità Italiana è drammaticamente prossima allo zero e in cui, alla frontiera, dimostrare di essere una persona a modo non è per niente una formalità. Così, con tutti i politically-correttissimi distinguo, pensando a quanta gente vorrei prestare dei soldi per venirmi a trovare, quando in preda al jet-leg ieri mattina (come anche oggi) mi sono alzata alle quattro e, non riuscendo ad addormentarmi, sono andata in balcone a fumare, mi sono sentita un po' esule. 

Per evitare di crogiolarmi nella strana stanchezza del volo e in innumerevoli malinconie, ho allora messo in atto le mie solite strategie di sopravvivenza: togliere i libri dalla valigia, posizionarli su un comodino di fortuna. In pratica ricostruirmi il nido. E poi sono andata a cercare un posto in cui consumare Il Sacro Pasto, ovvero la colazione. A quel punto, bevendo un cappuccino che poteva essere considerato "regular" solo con le categorie dimensionali di un vatusso e mangiando con una certa goduria un pain au chocolat altrettanto gigante e probabilmente fatto di solo burro, è finalmente iniziata la mia prima giornata bostoniana. Ne ho ricavato una serie di considerazioni che elencherò qui. 

1- Ad una prima impressione, questi americani sono gente simpatica. Mi chiedo se non siano consapevoli di quanto ti fanno penare per toccare il loro stesso suolo, da muoversi a pietà una volta che ce l'hai fatta. Comunque... abituata a tante inutili spocchie nazionaliste, regionaliste e comunali, tipiche di ogni pertugio d'Europa, mi sono ritrovata per mezza mattina ad aggirarmi nei posti parlando come se dovessi scusarmi di esistere. Senza senso ho ricavato sinceri complimenti dal barista di turno per la fattura del mio zaino di pelle; vive scuse se mi chiedeva di ripetere ciò che avevo detto da un pover'uomo a cui avevo chiesto, senza farmi capire, indicazioni stradali; risposte casuali a domande che non avevo posto, forse date in un tentativo estremo di non farmi pesare il fatto che devo migliorare il mio Inglese; parecchi "how are you doing today"e welcome to the United States, in Town, in the Neighborhood, a seconda della situazione; in generale, direbbe Nicoletta, sorrisoni.

2- La questione del rapporto di questo Paese con il fumo è dirimente, ma in fondo fino a un certo punto. Posto che ogni casa è dotata di rilevatori anti-incendio e che è strictly forbidden fumare nei parchi pubblici, per il resto fumare si può. La condizione per farlo è essere disposti a tollerare il biasimo, anche abbastanza civile e silenzioso, delle persone che per strada ti lanciano occhiate piene di giudizio e di voglia di redimerti dal tuo orrido vizio. Ci sono poi alcune zone franche: agglomerati di panchine su marciapiedi larghissimi, dove ogni tanto qualche poverello come me si siede e fuma, conscio di poterlo fare per via del segnale chiaro dato dalle cicche di sigaretta già in terra. Nel resto della città le cicche non esistono. Ad ogni modo, io le mie cicche le buttavo nel pacchetto vuoto di filtri rizla che mi sono portata con tanto zelo appresso per tutto il giorno, e che mi ha appestato lo zaino di pelle suddetto.

3- Ed eccoci alla seconda zona franca. Il North End, in quanto (gigantesco) quartiere italiano, è una specie di isola felice in cui chiunque fuma ovunque con buona pace dei passanti puritani, si paga solo in contanti e si festeggiano le feste dei santi. Ieri c'era tutta una fiera di Sant'Agrippina, con tanto di bancarelle di fried calamari, luminarie su Hanover Street e palco per il cantante neomelodico-americano di turno. Il North End è italiano davvero, e largamente terrone, dunque Sant'Agrippina è un fatto serio e le feste popolari(a breve quella di Saint Anthony from Padua de Montefalcione), amatissime dai veri yankee e dai turisti, sembrano proprio un disperato tentativo di recuperare le proprie radici. Così come lo sembra il libro "La cucina di Gaeta", illustratomi dall'amabile proprietaria di una piccola libreria italo-americana di quella zona, dove ho comprato la Settimana Enigmistica e mi è stato offerto un caffè che non era male, nonché cibo, accoglienza, numeri di telefono nel caso io voglia fare delle chiacchiere... Parlando con Lisa e notate le sue premure, ho fatto pace con l'idea che potrei avere dei momenti di cedimento. E sapere di avere una specie di casa-famiglia in cui sono stata accolta con tanto fasto, piena di libri di Camilleri e di Elena Ferrante, mi piace molto. Se mi viene da piangere vado da I Am Books. E tornerò a Little Italy ogni tanto, ho il dubbio fondato che potrei avere bisogno di pasta De Cecco e biscotti Doria, diciamo una volta ogni paio di mesi.

4- Boston è intimamente convinta di essere una piccola città, il che è vero considerando che il centro storico si gira a piedi senza alcuna fatica, ma la vita vera si snoda nei sobborghi, ex cittadine ormai inglobate nel tessuto urbano fino a farne parte completamente. Nonostante ciò, Boston praticamente non ha una metropolitana. O meglio, quella che loro chiamano metro è in realtà un tram di due vagoni, che nell'approssimarsi al centro scende sotto terra. Il mitico bus 14 da non so dove a Pilastro, che passava sotto casa mia a Bologna, è nettamente più grande dei treni della Green Line. Chissà quanto avrebbero da ridire i miei bolognesi sui trasporti di Bostonia. Comunque, di tram ne passano a fiotti e il fatto che siano piccoli e in fondo lenti mi trasmette un senso di umanità che non mi dispiace.

5- Boston è anche intimamente convinta di essere una città di mare, che poi è vero. E' una città di fiume, di laguna e di Oceano: la geografia fisica americana è delirante. Pertanto la zona del Waterfront, quello che possiamo chiamare il gigantesco lungomare o il molo, è piena di bei palazzi col tetto piatto e larghi balconi imbastiti di tavolini in ferro battuto e piantine di rosmarino. Mi domando che fine facciano le piantine e gli stessi balconi, nei lunghi inverni di neve e di ghiaccio. Mi domando anche come si faccia a usare un balcone se il tuo appartamento è al 24esimo piano, ma questo è perché soffro le vertigini. Comunque nel Waterfront ho già trovato un paio di papabili case della mia vita per il giorno in cui avrò dei soldi.

6- Gli unici convinti che Boston sia grande sono i turisti tedeschi, che infatti apprezzano girare la città su enormi autobus aperti che però non sono autobus ma strani veicoli a forma di imbarcazioni d'assalto con sotto delle ruote. Chiccherie.

7- Per un mendicante, che solitamente è semplicemente un disoccupato a cui è andata particolarmente male, la strategia vincente per ottenere fondi consiste nel minacciare, verbalmente o per iscritto, di votare Trump in caso di mancata offerta. Se poi lo fa piazzandosi sotto il balcone da cui per la prima volta nella storia è stata letta la Dichiarazione di Indipendenza, allora restare impassibile per un chicchessia viaggiatore europeo diventa impossibile.

8- Il trash non ha confini e come i centurioni davanti al Colosseo, qui si potranno osservare esemplari di guide turistiche travestite da Sons of Liberty o da Padri Pellegrini che girano per strada in abiti settecenteschi senza che la loro autostima faccia una piega. Sullo stesso tema, vedrai circa 23 damigelle attraversare la strada a gruppi di 4/5 per volta, tutte con lo stesso abito allo stesso matrimonio. 

9- Niente dà la sensazione di stare in America quanto: i mattoni rossi, le finestre che si aprono facendole scorrere verso l'alto, i dipendenti che fanno pausa nei retrobottega e quei vicoletti senza uscita tra un palazzo e l'altro, con le scale antincendio e i bidoni del rusco e il fumo che esce dalle cucine dei ristoranti, che in un attimo sembra di stare in C'era una volta in America o in Colazione da Tiffany, a seconda dell'ispirazione del momento.

10- Di tutti i patrioti che da Boston hanno fatto esplodere la Guerra di Indipendenza, il più venerato è il tizio che partì da casa sua a cavallo per avvisare dell'arrivo dell'esercito britannico. Credo si chiami Peter Merere o qualcosa di simile e faceva l'incisore.

11- In effetti gli hamburger sono buoni.

12- Il senso di questi americani per le misure è per me ignoto. Perché ad esempio, deve esistere una moneta da 25 centesimi, ovvero da "quarter of dollar"? Poiché non riconosco le monete, continuo ad accumularne e a pagare la qualsiasi con banconote da 10.

13- Farmacie grandi come supermercati con insegne enormi, café fuori misura, palestre a sei piani, negozi sportivi immensi. Ma non troverai un supermercato. Forse, nel tuo quartiere c'è un grocery store, dove entrerai per fare un minimo di spesa e dove, guardando l'extra virgin olive oil di Zio Franco, che comprerai pure se sembra e forse è olio di semi, avrai il tuo primo, inaspettato crollo. I grocery stores sono anche loro strani e non tanto perché la pasta in vendita è fatta col grano tenero, queste sarebbero osservazioni per soli italiani, ma perché ti domandi quali prodotti tra tutte le incomprensibili pappette e i pudding precotti un americano standard comprerà per nutrirsi. Insomma, perché i frigo pullulano di bevande di ogni genere e il banco verdura è composto da 4 pomodori, 1 pianta di insalata e 3 peperoni verdi? E perché mezzo chilo di riso costa 4 dollari? E perché ci sono una ventina di tipologie di patatine fritte in busta e quando si tratta di biscotti, di fronte a te, la miseria? La mia prima esperienza all'alimentari, nonostante la festa-festona che mi ha fatto il proprietario vedendomi entrare nel suo negozio due volte in un giorno, è una storia un po' mesta di caffè solubile e cibo di base. Olio, riso, pomodori, uova e tranquillo papà, anche un minimo di altro. Ho comprato 12 uova perché le confezioni più piccole non esistono. Sbalzi di colesterolo e una morale della favola: dal rapporto qualità prezzo è chiaro che in questa vita berrò un sacco di latte. Uscendo, ho comprato una lattina di limonata San Pellegrino e una bottiglia di Evian, forse per nostalgia o per ricordarmi che un po' di bellezza esiste.

baci e big hello,

Ilaria

sabato 5 ottobre 2013

Alla tua malinconia sghemba

Andarsene dove, con cinque euro di benzina?

Gli irrequieti si pongono queste domande, se le pongono gli idealisti, i provinciali. Loro, poi, si chiedono sempre dove andare per trovare il mondo, abituati –e costretti- come sono, a confrontarsi con una realtà piccola piccola; provinciali che conoscono come le proprie scarpe i muri vecchi di città invisibili, le scritte con le bombolette su casermoni logori, la solita birra del bar vicino casa, i cani randagi a cui hanno dato un nome…

E forse è l’abitudine a quei posti risaputi e usuali, o forse è quella sensibilità tutta umana che chiamiamo curiosità,  a spingerli a cercare altro, un luogo che risponda alle loro domande, o dove almeno qualcuno sappia fare il caffè.

Questo cerca Matteo, un posto altro dove non ci siano baristi che hanno fatto corsi di barman ma che poi ti fanno una chiavica di caffè che dovresti solo sbatterglielo in faccia; e in questo desiderio tanto terreno c’è una voglia di volare ad alta quota, di andarsene a vedere le cose da lontano così che appaiano più chiare o pacificate, chissà. Ed Emanuele, tramite Matteo e con lui, va a cercare quella medesima libertà.
Così, la scoperta triste del progetto dell’Alfa di fabbricare un SUV diventa una scusa decente per mettersi in macchina e andare… Dove? Altrove… 

Ed eccoli là, quattro amici che si sanno a memoria, tutti e quattro e ciascuno a suo modo di una malinconia sghemba, in una macchina con cinque euro di benzina, Paolo Conte come necessario sottofondo.

Ma dove ve ne andate se dietro di voi ci sono le montagne e gli alberi morti per vecchi roghi estivi e il neon della statua del Cristo Redentore? Dove ve ne andate se davanti a voi c’è il mare, quello in cui si è perso il vostro sguardo, il mare grande da scrutare, mare lontano che piace immaginare libertà e che invece è limite invalicabile, compagno e confine, che spalanca la vista e impone orizzonti finiti?

A questo non pensano mentre vanno, mentre scivola come una ninnananna nelle orecchie Genova per noi che stiamo in fondo alla campagna… Vanno e basta. Vanno a Sperlonga, sulla spiaggia, a Itri, a domandarsi in silenzio chi sono, a lanciare i sassi nel mare, a saltare dai gradini e a dormicchiare sulle panchine sotto un tramonto rosa.  Soprattutto, con romantica superbia, vanno a chiedere il cielo di togliersi il cappello davanti alle loro gioiose ambizioni, davanti alla loro profondità.

E mentre il motore gracchia, mai nominato apertamente è il senso del viaggio, il dilemma di sempre, ad aleggiare sullo sfondo. Perché scappare, e da cosa, se poi in fondo il caffè non era male, se poi c’è una bellezza immensa, anche, nelle cose piccole? Che senso ha cercare spasmodicamente la grandezza, se poi la grandezza sta nel cogliere la meraviglia nei fatti che ci capitano, nelle persone che ci circondano, nei rapporti sinceri, negli sguardi complici, nei desideri comuni? E se tutto il meglio fosse già qui?

Quella dei ragazzi nella macchina col serbatoio in riserva non è arrendevolezza ad un presente dato, ad un futuro scontato. Il loro non è provincialismo. Il loro sguardo è quello vispo di chi ha guardato il mondo, si è sforzato di capirlo e forse ne ha colto l’inganno e a quell’inganno si rifiuta di soggiogarsi e così si ostina a vivere per com’è, a schiena dritta e come desidera, senza imporsi altro al di là di un buon caffè.

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Ilaria

Grazie a te ho una barca da scrivere
ho un treno da perdere

p.s. Lettori, miei cari, cliccate su questo link( La Comédie d'un Jour, vincitore del  Corto Moak 2013 )per guardare un cortometraggio che dura quanto due canzoni di Guccini, o quattro canzoni di qualunque autore normale. Sono tredici minuti di cui non vi pentirete, se vi andrà. 

mercoledì 2 ottobre 2013

Scissione all'interno del PDS: la poesia del lapsus della giornalista di La 7

Il PDL muore, il PDL si sfalda, si lacera. Si esaurisce la spinta propulsiva del PDL. Scissione dei moderati, separatismi dei ciellini, divisionismi di ex craxiani. Nascono nuovi gruppi parlamentari, o forse no, o si. La fiducia non si vota, ma alcuni lo faranno (maledette colombe), allora dai ripensiamoci tutti, si dai votiamola. Berlusconi vota la fiducia. Il dramma umano di Bondi è evidente, uno stato di profondo nichilismo lo attanaglia: che fare? Che pensare? Il tabù Berlusconi ha ucciso il totem di se stesso. Si direbbe che al posto dell’atteso parricidio un autentico suicidio politico si sia verificato. Un gran trambusto di servizi ed inviati specialissimi vessati dai rispettivi direttori dei TG. Domanda Mentana, davvero emotivamente coinvolto: “Quali sono gli ultimi boatos da Palazzo Madama?”. In giornate così, quando la politica diventa pettegolezzo, vociare indistinto, anche il neologismo è arte.

 Berlusconi si è arreso ad Alfano, il vecchio ha ceduto il passo al giovane e volendo si potrebbero mettere in fila chilometri di metafore imbarazzanti sui delfini e gli adolescenti con le chiavi di casa e altre infinite banalità. La linea politica degli strenui difensori del nostro anziano eroe ha perso; la battaglia corpo a corpo delle pitonesse e dei falchi contro i mulini a vento degli ostili al capo sembra essersi esaurita in un niente, o meglio in poche frasi del capo stesso, che in due minuti scarsi, come a volersi togliere il prima possibile dall’impaccio, dal basso del suo scranno si rimangia tutti gli attacchi, gli sproloqui e le manifestazioni un po’ paranoiche dei giorni scorsi e si decide a sostenere Letta. Si sarà accorto che la sua vera fine politica sarebbe stata causata da una odierna sconfitta numerica. Meglio evitare uno scontro frontale se ci si riconosce più deboli del nemico interno, meglio rientrare nei ranghi e aspettare.

Tutto questo non è poi tanto interessante.

Però si ascolta un discorso di Letta che ammicca alla destra, e pure al suo vecchio leader azzoppato, che quasi quasi gli diventa complice, sottintende vicinanza, che di irricevibile e non-votabile dal beneamato Caimano non ha proprio niente. Anzi, si ascolta un discorso retorico e farcito di una morale fuori luogo, di nomi fuori luogo, altisonanti, troppo, rispetto al momento di oggi, come a volerne sopravvalutare la gravità. Sarà per la convinzione di essere investito da un compito tanto sovrumano, che Letta presenta se stesso come l’uomo in grado di restituire all’Italia una grandezza che, pur essendo stata la nostra storica ossessione, non abbiamo mai avuto. E per questa convinzione Letta si sente unico responsabile, unico salvatore ed ha acquisito una fiducia nella propria capacità politica che fino a cinque mesi fa sembrava impensabile. Sarà per questo motivo che rivendica con fierezza le borse di studio per i conservatori e tace candidamente sugli inutili battibecchi sull’IMU, sul macroscopico problema dell’aumento dell’IVA, sulla triste latitanza di un vero dibattito parlamentare sulla legge elettorale...

E così traspare finalmente in modo netto, dalle parole di Letta, dalle sue incrollabili certezze, che il governo che era stato presentato qualche mese fa come temporanea soluzione ad un irrisolvibile e contingente problema di ingovernabilità, oggi si pone come governo autenticamente politico, del tutto legittimato a governare per un orizzonte temporale ben più vasto di quello inizialmente indicato. Questo è un fatto interessante. Anche vagamente inquietante, in realtà.

La mia sensazione è che oggi, piuttosto che perdere tempo a parlare della sconfitta berlusconiana, che poi mi pare del tutto marginale, si dovrebbe discutere di quanto nel giro di poco tempo questo governo abbia aumentato nei fatti i suoi compiti, di come questa evoluzione sia stata accompagnata da un progressivo addormentamento dell’opinione pubblica, di come la pacificazione tanto decantata sia in realtà una spaventosa assenza di vivacità intellettuale da parte di una cittadinanza sempre più passiva, di come siamo arrivati a dare per scontato che esistano comitati di saggi a proporre pacchetti di riforme che solo in apparenza possono essere spacciate per oggettive e necessarie, di come accettiamo di delegare infinito  potere sulla base di uno stato di necessità da cui non usciamo da tre anni, che allora diventa un periodo di necessità, un periodo destinato a durare.

E durerà, questo governo, perché fa comodo e finché farà comodo; perché concede tempo a chi necessita di tempo: alla destra, che promuove le sue politiche restando libera di svincolarsi al primo momento utile; al PD, che non aspetta altro che tempo e ancora tempo per evitare di risolvere i suoi problemi interni e che in nessun modo oggi sarebbe stato in grado di presentarsi decentemente ad una nuova campagna elettorale. Con quale segretario? Con quale candidato? Con quale programma? PD che d’altra parte non si rende conto della morsa in cui si sta stringendo, della sua impossibilità di azione. Oggi  Zanda parlava del governo Letta come garante dello stato sociale, a proposito di alienazione dalla realtà…

E il Paese dove va? Il Paese di cosa ha bisogno? A sentire Letta sembra che tutti abbiamo bisogno di lui, cioè della sua presenza, della sua calma serafica. Io non ne sono affatto convinta. Ma anche questo, in fondo, è poco interessante.

Il fatto interessante è che galleggiamo in uno stato di costante carenza democratica. Il rifuggire le elezioni come se fossero il male radicale è una carenza democratica. Il fatto che i telegiornali non parlino che di mercati finanziari ogni volta in cui c’è una minima instabilità politica è una carenza democratica. Il fatto che Letta sarebbe stato disposto a governare pure se avesse ottenuto la fiducia solo da una parte di transfughi del PDL è una carenza democratica.  E questo è pure un ritorno indietro, alla Prima repubblica infinita in cui siamo ancora, che oggi si svela dietro il volto buono dell’uomo con gli occhiali e l’espressione gentile.

Ilaria

lunedì 30 settembre 2013

La festa di SEL, il sogno su D'Alema e un lunedì di pioggia


Aprire gli occhi la mattina e sentirsi leggeri e pronti alla giornata non è così ovvio quando Bologna ti accoglie con uno di quei suoi cieli pesanti, grigi, inamovibili. Io oggi mi sono svegliata così, nonostante la pioggia leggera e perseverante che rende inutili i cappucci, gli ombrelli, e ti s’attacca addosso come una seconda pelle. Mi sono svegliata così, dicevo, dopo aver sognato D’Alema in persona tutto preso a spillare delle birre. D’Alema in persona che mi cazziava perché in una birra spillata da me c’era troppa schiuma, e la sottoscritta in persona che gli rispondeva, sorridente ma a tono, “ prenderei anche sul serio questo rimprovero se tu non fossi D’Alema!”. Non so, magari prendersela con D’Alema in sogno e ricordarselo al risveglio è uno di quei fattori che rendono sopportabili la sveglia, la pioggia e tutto il loro corollario di mestizia!

Così me ne sono andata da Maurizio, che è bar e barista, che in nessun modo riesce ad astenersi dall’immancabile consiglio sul cornetto “la pasta salata alla nutella è ottima eh… bada…”e ti mette jazz a prima mattina, ti accoglie nel suo mondo di legno vecchio e di giornali nuovi. Oggi mi tocca il Corriere, che apro al mio tavolino sotto il portico aspettando l’ottimo the al limone che in fondo è un normalissimo the grigio con del normalissimo limone un po’ a pezzi, un po’ spremuto: la specialità della casa. E insomma capita che mentre inizio a leggere l’istituzionalissimo e solitamente moderatissimo, ennesimo editoriale di De Bortoli, avventori al mio fianco dibattono di politica…

“Ah beh ma l’avete sentito Letta da Fazio?”
“E no, io non sapevo ci fosse già Che tempo che fa!”
“Ma perché, tu lo guardi? Con quelle domande lì… ma che significa chiedere Lei che ne pensa dell’epiteto diversamente berlusconiano ?? Ma che domanda è!”
“Hai ragione sai… Ma insomma il governo è caduto”
“No ancora no”
“Ma te dici che cade?”
“Mercoledì vanno a chiedere la fiducia là…”
“Mmm… Ma che poi se cade, cioè non si può fare un’altra cosa tecnica, tu dici che Monti non sarebbe di nuovo disponibile?”
“Ma va… Che poi che se ne vadan tutti, non mi importa.”

E così finì, con l’ultimo commento lapidario, con l’ultima sentenza. Mi alzo dal tavolo e me ne vado, pensando all’indignazione che mi avrebbe colta se avessi ascoltato quella conversazione quando ero un’arzilla diciottenne matricola di scienze politiche, convinta che di politica potessero parlare solo gli addetti ai lavori,  e a quanto oggi quel breve dibattito mi incuriosisca. Mi domando chi siano quelle persone, cosa facciano nella vita, che cosa aveva in mente la ragazza che auspicava un impensabile ritorno di Monti, e chi è l’altro, il disilluso? Chi hanno votato, cosa vogliono? Cosa domandano le persone? E proprio non so se sia stata l’Economia a rendermi più umile o se la placida benevolenza che accompagna i miei passi sia dovuta alla soddisfazione effimera per la risposta a tono al mio D’Alema immaginario. Arrivo a lezione e il tema del giorno è all’incirca riassumibile ne i poteri taumaturgici delle matrici varianze covarianze e mi rendo conto che l’econometria è bella, nonostante l’arida facciata di algebra lineare, nonostante i terribili software, nonostante pure una certa maniacalità teorica.

Insomma sono a lezione, in una giornata oggettivamente brutta, dopo aver ascoltato sconosciuti parlare di politica in un modo oggettivamente un po’ insensato. Fa pure freddo. E nulla mi tange. Dietro questo buonumore ci sarà l’ombra di D’Alema.
O forse è merito di Rob Brezney, autore dell’unico oroscopo al mondo che le persone non si vergognano di consultare. Sarà merito, dico, dei suoi mitici consigli della settimana scorsa, dei suoi compiti per tutti, dei suoi moniti saggi a tratti incomprensibili, sempre un filo catastrofisti ma che poi in fine prendi, se li prendi, un po’ come ti pare. E io stavolta – già – ho messo in pratica l’oroscopo.

E così in fondo è pure merito mio questo particolare buonumore, merito dell’autobus 19 preso dall’altra parte della città, merito di Viale Togliatti, merito della Festa di SEL, dove la musica è un’altra davvero. Sarà merito di un giorno e mezzo di sana e temprante manovalanza, della generosità che scopri in persone sconosciute fino ad un attimo prima, che ti aprono le porte con una naturalezza che in questo presente di corse e di spintoni sembra irreale. Persone che sono singoli e sono comunità e che a vederle così, con la curiosità del tuo sguardo esterno, ti sembrano venute da un posto lontano in cui la solidarietà, la collettività, l’unione di intenti, non sono parole vuote né vecchie ma vivono nelle braccia che sollevano sedie e tagliano cipolle, nei sorrisi che si allargano sulle facce stanche del fine serata, nel lavoro costante che sta dietro la festa e la sua leggerezza, nell’impegno quotidiano. Pochi gesti valgono la stima, valgono pure un ringraziamento per un’esperienza a sé, che in un attimo mi ha spalancato la mente e mi ha regalato un pensiero bello da aggiungere agli altri, quelli che fanno bene nei lunedì di pioggia.

Ilaria

domenica 26 maggio 2013

Silenzio Elettorale

Questa è una città di persone miracolate e persone miracolose, e i più miracolosi sono gli amici del santo col tricolore, quelli unti dalla sua benedizione.”
 
dal racconto “I Pregati” in Rumore di Cicale 
di Emanuele Gaetano Forte (2013, edizioni Il Foglio)


Mentre mi metto a scrivere Emanuele presenta il suo libro di racconti a Latina, Claudio sta prendendo il regionale  Roma – Villa Literno, che non è un treno, è un’esperienza di vita; mia madre spalanca forse le finestre del salotto, Audrey come una sfinge fa da guardia al giardino in cui Fabrizio come sempre è all’opera e mio padre, più in là, chissà se ha messo su un pranzetto di vongole e cocci all’acqua pazza.  A Formia ci sono le elezioni comunali.

Insomma, è uno di quei momenti in cui la sensazione di stare nel posto sbagliato assurge al rango di certezza e consola questa nostalgia provinciale solo il sole inaspettato di Bologna, dove oggi votano per questioni di principio e di sinistra e dove pure la mia presenza serve a poco. Ma tant’è, faccio il mio dovere come sempre, sigaretta o penna nella mia destra, i  tetti rossi dei palazzi di fronte e fogli sterminati di matrici e improbabili sistemi di equazioni.

E penso a casa, che è vicinissima per post-modernità ferroviarie e lontana per mia scelta di studente(ssa) stakanovista. Penso alla carta copiativa delle schede elettorali e ai minuti che non passerò nella cabina, a guardare i simboli e poi scegliere con la mia X netta, dritta; al caffè che non ho preso con mia madre, alle chiacchiere, a cui non assisterò, di mio padre con avventori da seggio e rappresentanti di lista, di quelli che fanno della Pedemontana tema degno dei Massimi Sistemi. 

Uno a leggere queste righe forse riderà, ma chiunque sia nato in provincia e abbia quel poco di sensibilità necessaria conosce a memoria la narrativa romantica del vivere provinciale, di quell’esistenza a parte fatta di vicoli e santi patroni, e capisce bene l’attaccamento che ti lega a quelle città piccole e sconosciute, dove il racconto della storia arriva anestetizzato e in cui la storia sembra che non la si faccia mai, escluse guerre e unità nazionali. Ma se ci si discostasse da quest’interpretazione mediatica della realtà, in cui la risonanza di un evento ne determina l’importanza, si comprenderebbe meglio il valore della costruzione storica e politica come attività quotidiana, come evoluzione individuale all’interno di un processo collettivo. Per questo le elezioni comunali sono importanti, fondamentali, dico, ché il palazzo municipale è il primo contatto della gente con lo Stato ed è il luogo dove tanto si annidano arrivismi e favori quanto invece, se la gestione della cosa pubblica è in mano a persone consapevoli del loro ruolo, c’è davvero la possibilità di incidere sul modo di vivere della gente, di imporre magari una cultura della cittadinanza consapevole, se non attiva.

A Formia di lavoro da fare ce n’è tanto e i molti che si sono rimboccati le maniche in questo tempo sbandato lo sanno certo meglio di me, che in fondo sono più avvezza alle valige che alle case.

Formia è al limite di due regioni, spiaccicata dalle montagne sul mare, contraddittoria per sua natura di confine e per miste influenze culturali: l’accento di Napoli, l’orgoglio del sud e quel tanto di campanilismo che fa venir voglia di sentirsi Nord, o almeno Centro . Formia è un misto di malavita arrivata come un fiume carsico e di tostissime ottantenni scettiche sull’opportunità di fare la raccolta differenziata, di ragazzini in motorino e longevi opinionisti a fare da guardia ai tubi di fronte Piazza Vittoria e alla rotonda, al porto, al mare. E nonostante questo e nonostante la noia della provincia quante persone laggiù non hanno rinunciato ad un’intransigente resistenza culturale? Tra Enza e le sue rassegne letterarie e il piccolo mondo moderno dei teatri figli dei fieri anni settanta della provincia; tra jazz e artisti, fotografi e poeti e imprenditori locali; per mano e per voce dei ragazzi che non se ne sono andati, che lì fanno i banchetti la domenica, che lì fanno politica tutti i giorni, Formia è un posto che pullula di storia e di possibilità, tanto che in certi momenti romantici mi piace pensare che sia per uno qualche disegno di progresso che là è stato incarcerato Gramsci e che ancora lì hanno vissuto Pietro Nenni e Vittorio Foa.

Le elezioni di oggi in quella conca di burberi e di fatalisti possono voler dire tanto, in termini di un cambio di passo culturale che permetta a quella città di uscire dal pantano della gestione sciatta e autoreferenziale subita negli ultimi tempi. E mi sembra  positivo che ci siano tante liste e tanti candidati, pacchi di giovani intelligenti sparsi letteralmente a destra e a manca – ma più a manca... Mi pare il segnale che le persone abbiano ritrovato la voglia di prendere parte ad un processo di ricostruzione dell’amministrazione e perciò spero che queste facce pulite, a volte incazzate ma ben intenzionate, abbiano la meglio sui carnet di voti di tanti soliti noti.  

Così  mi dispiace non essere Giù, non essere a casa per una volta e questa malinconia elettorale ha un po’ a che fare col senso civico e molto con le cronache sentimentali, ovvero con la consapevolezza profonda che le distanze e la ricerca della mia strada e della mia libertà, non cancellano le origini, il sentimento di essere figlia di una terra che non è meno mia perché non la abito più e i cui destini per questo mi riguardano fortemente, come sempre.

Ilaria


p.s. pubblicità progresso per chi fosse interessato al libro, che è bellissimo, che ho citato sopra. http://www.ibs.it/code/9788876064128/forte-emanuele-g-/rumore-cicale.html

mercoledì 24 aprile 2013

Ventate di marxismo e ottimismo liberale

E' stata una giornata lunga. Diciamo pure che io ho deciso di allungarla ulteriormente andando ad assistere a un incontro con Fausto Bertinotti nell'aula più sindacalista della Facoltà d'Economia più neoclassica d'Italia. Una contraddizione in termini.

L'incontro, che doveva accendere un dibattito sui destini della sinistra dall'Università di Bologna all'Italia intera  si è presto rivelato una lezione, a tratti un comizio. Il compagno Fausto, dal canto suo, è uomo di cultura e d'esperienza e sa farsi ascoltare. In pochi minuti, a seguito di una mesta domanda posta dal giovane mediatore al solo fine di spingerlo a parlare della situazione attuale, si è tolto gli occhiali troppe volte, se li è messi in mano, in testa, sulle sopracciglia in un equilibrio al limite estremo tra fisica e metafisica, poi li ha sbattuti sul tavolo, nemmeno fossero di gomma. E intanto ha sciorinato i più grandi nomi del pensiero politico del Novecento, colpendomi in pieno sul sentimento e mettendo a dura prova la mia parte razionale e critica.

E' difficile stare vigili di fronte a una retorica così ricca di cultura e intransigenza. Ci si sente conservatori nell'anima, reazionari vili e statici democristiani, in un miscuglio letale di autocommiserazione. Si è talmente presi dal discorso da perderne il senso a tratti senza mai distrarsi dall'ampiezza del respiro che lo muove e quel fascino subìto fa un po' perdere di lucidità. Poi sono tornata in me. E mi sono resa conto che tra tutti i temi che "Fausto" ha trattato ne mancava uno che per me è centrale, di cui dirò tra poco.

Benché il Nostro abbia attraversato di buona lena lo scibile politico tutto, dal nuovo movimentismo alla critica verso la classe politica, dal rovesciamento del conflitto di classe alla storia del PCI, dalle Costituzioni liberali a quelle democratiche passando per l'involuzione liberista della politica economica negli ultimi vent'anni, la sua argomentazione si è arenata su un punto, direi Il punto e cioè: Che fare?

E' la domanda più ricorrente e meno banale, quella che costringe pure i più grandi amanti dei voli pindarici a tornare coi piedi per terra e capire che bisogna pur dare sostanza alle proprie gloriose aspirazioni di giustizia e di progresso. La pecca del discorso di Bertinotti stava  nell'aver evitato di delineare la parabola politica dell'Italia dal dopoguerra ad oggi, inserendola nel contesto della costruzione europea.

Il suo discorso, che muoveva da un'analisi dell'evoluzione della "Costituzione materiale" rispetto a quella "formale", con particolare riferimento ai temi del lavoro e della legittimazione del potere politico, si limitava ad una specie di comparazione tra il momento dell'approvazione della Costituzione del 1948 e la situazione politica attuale. Messa in questi termini e con il giudizio mediato non dalla storia ma dalla cronaca, è ovvio che ogni lettura diventa in breve tempo una critica morale, un confronto di valore tra la classe dirigente di allora e quella di oggi. Tale confronto è certo necessario, se non altro per rendersi conto dei picchi e degli abissi che possono raggiungere la ragione e la dignità umana; ma porre il problema in termini etici elimina la Storia dall'analisi e dunque, di fatto, impedisce di capire quali motivi (e dunque le responsabilità di chi) ci hanno portati dove siamo oggi.

Ora, Bertinotti si è fermato molto a dibattere del ruolo svolto dall' Unione Europea nell'acuire crisi già profonde in certi Paesi (Grecia e Italia in primis) e, in particolare, dell'assurdo di una sovranità monetaria che sovrasta la sovranità popolare. Parole vere e bellissime, ma che non spiegano come l'Unione Europea sia  diventata ciò che è oggi. Il ruolo svolto dai suoi organi (e non solo) dal momento in cui si è iniziato a parlare di crisi del debito sovrano non è solo dettato dalla contingenza, ma soprattutto frutto di scelte politiche passate fatte dai governi dei paesi membri; in gran parte si è trattato di errori di miopia e sottovalutazione di ciò che l'unità economica avrebbe comportato e dell'importanza di un' unità politica che la controbilanciasse. Il Bertinotti che accusa l'UE di essere un cumulo di trattati è come se perdesse di vista che quei trattati li hanno siglati dei governi, ovvero degli Stati, ovvero degli uomini politici.  In un certo senso, nel costruire l'Europa unita la politica ha abdicato al suo ruolo: nel tentativo di garantirsi una sovranità nazionale fittizia, ha finito per essere irrilevante sul piano che, nel mondo dei grandi potentati globali, determina gli altri, cioè quello mondiale. Il fallimento degli stati si trascina dietro il fallimento della politica nel senso che rispondere a mutamenti economici transnazionali con provvedimenti nazionali è o difficile o impossibile. Ma di spostare la sovranità ad uno Stato più alto non se n'è parlato ed oggi solo torna di moda il sogno dell'Europa federale, ma nemmeno troppo.

Insomma, mentre "Fausto" parlava della Troika e dei mercati e del cinismo della finanza io mi sono chiesta tra quanto tempo una sinistra incerta e pure nostalgica di certi internazionalismi d'antan, riprenderà un discorso internazionalista sul serio. Quando, cioè, capirà che per difendere il lavoro in Italia non bastano misure microscopiche elaborate ad hoc per rispondere a certe esigenze ma serve un discorso più ampio che includa la difesa del lavoro anche altrove, che arrivi almeno all'Europa attraverso un dialogo serrato con le sinistre degli altri Paesi e che allora, in modo unitario, potrà incidere davvero sulle decisioni politiche. Per fare questo bisognerà rinunciare al sempre ripudiato e mai sopito nazionalismo.

Bertinotti diceva che lo Stato Sociale figlio delle costituzioni del dopoguerra era un compromesso tra capitale e classi lavoratrici. Oggi quel dialogo non esiste, sostituito com'è da una costrizione che si esercita attraverso imposizioni apparentemente tecniche e invece orientate politicamente in difesa dei grandi interessi economici. Posso condividere e aggiungerei, però, che ciò è dovuto al fatto che ai livelli a cui il "capitale", per usare il suo lessico, opera, questo non ha interlocutori né oppositori e dunque monopolizza il potere. Se le forze progressiste si uniranno, però, e spingeranno nel senso di un'Europa largamente democratica e federale, credo che allora i rapporti di potere potranno essere diversi e l'opera dei governi potrà smettere di essere "octroyée", la democrazia potrà smettere di essere liberamente interpretata in senso più o meno paternalista e la difesa degli interessi dei cittadini, soprattutto dei lavoratori, potrà ricominciare ad avere un senso e un seguito in termini di azioni pratiche.

E' sempre emozionante inneggiare alla pacifica fusione di tutti i movimenti di protesta, invocare i barbari di cui Marcuse parlava nel Sessantotto, spingere a una ricostruzione della politica come vita quotidiana, come impegno di tutti i giorni e come scelta. Ma accanto a questo deve innescarsi, credo, un discorso più ampio che abbracci l'orizzonte nel quale ci muoviamo, questo vecchio continente di nuovo azzoppato, ovvero l'Europa.
In alternativa possiamo lamentarci del decisionismo illegittimo della BCE e sentirci molto puri.

Ilaria